CREDERE NELL’UOMO, DIFFIDARE DI KEYNES

[Pubblicato nella Rivista Liber@mente: La Rivista Aperta di Informazione e Diffusione di Conoscenza, numero 1/2015, Gennaio-Marzo di 2015, editata da Fondazione Vincenzo Scoppa, Catanzaro, Calabria, Italia, www.fondazionescoppa.it]

 

lordCredere nell’uomo equivale a credere nella sua libertà e nella

prevalenza del diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà.

 

«Leon, sei il più grande persuasore che ho mai conosciuto, ma non

mi convincerai mai che il governo può spendere un dollaro che non ha.

Sono un ragazzo di campagna».

(Hanry S. Truman – 33° presidente USA)

 

 

 

 

Sebbene la teoria keynesiana sia morta anche dal punto di vista dei risultati, per i politici sfortunatamente rappresenta ancora, e continuerà a rappresentare, una fonte di potere molto attraente. Eppure inequivocabili appaiono ormai diversi avvenimenti storici.

 

La recessione del 1921 ebbe luogo negli Stati Uniti quindici anni prima che Lord Keynes pubblicasse The General Theory, la bibbia dell’ interventismo (secondo me il nome più appropriato sarebbe “teoria particolare”), e si risolse attraverso naturali aggiustamenti del processo di mercato, come la teoria austriaca Del ciclo insegna, a partire dall’opera di Mises del 1912, ad Hayek e altri successivamente. Allo stesso modo, la cosiddetta Grande Depressione degli anni ‘30 si era esaurita in modo naturale prima del New Deal di Roosevelt, come ha dimostrato meticolosamente Murray Rothbard nel suo magnifico libro America’s Great Depression, e contrariamente a quanto viene insegnato insistentemente nei corsi di economia di tutto il mondo. L’economia giapponese si trova in fase di recessione da tre decenni, nonostante la successione infinita di politiche economiche dal sapore keynesiano attuate dal governo. Infine, la grande crisi attuale, che ha avuto inizio con la bolla immobiliare del 2007 negli Stati Uniti ed è stata alimentata da un’incredibile serie di forti aumenti nella spesa pubblica e successivi cicli di “quantitative easing”, solo ora, dopo sette anni, inizia a mostrare segni di cedimento, grazie agli aggiustamenti naturali prodotti dal processo

di mercato. Se l’economia europea ha subito in questi anni um rallentamento, da questa parte dell’Atlantico, nel Sud America, la situazione è ancora peggiore: i governi di sinistra, con una miscela fatale di keynesismo e comunismo, hanno portato i rispettivi paesi (Brasile, Argentina, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Uruguay e altri) nel pantano della stagflazione, la triste situazione in cui l’inflazione dei prezzi, la disoccupazione, la mancanza dicrescita economica e l’aumento della povertà si danno la mano per ballare il macabro minuetto dello Stato onnipotente, in cui gli individui sono sempre posti sullo sfondo e trattati in linea di principio come sospetti e quindi soggetti alla supervisione Del comandante-governo.

Questi avvenimenti storici dimostrano in modo chiaro che le ipotesi teoriche della Scuola Austriaca sono da sempre le più appropriate per spiegare i fenomeni del mondo reale. Purtroppo il male non si arrende facilmente: l’idea che il governo, per aumentare la spesa, possa portare l’economia alla piena occupazione dei fattori di produzione ha sempre trovato Il sostegno di quasi tutte la classi politiche, per una semplice ragione: più intervento dello Stato significa tautologicamente maggiore potenza per essere in grado di intervenire, così come necessita di più potere - la dimensione politica dell’azione umana, come dimostrato da Lorenzo Infantino nel suo magnífico libro - e il potere há sempre affascinato coloro che si d e d i c a n o alla politica

Coloro che conoscono il lavoro di James Buchanan e Gordon Tullock, i due maggiori esponenti della cosiddetta teoria della Public Choice, così come quello di Milton Friedman, Gary Becker e altri autori monetaristi comprendono perfettamente queste parole. L’uomo, quando viene a occupare cariche politiche, continua a comportarsi come un singolo agente e, quindi, a perseguire i propri fini e non il cosiddetto “bene comune”; di conseguenza, orienta tutta l’azione al raggiungimento dei propri obiettivi personali.

Tutto quello che ho scritto può sembrare pessimista, ma non posso fare a meno di credere nella razionalità degli individui. Penso si tratti di una semplice questione di tempo fin quando, dopo tanti fallimenti delle politiche interventiste, e dato il precario stato delle economie di quasi tutto il mondo, verrà il momento della redenzione. Le idee di Keynes sono morte, anzi sono nate morte. Cantillon, Turgot, Say, Galiani, Bastiat e molti altri pensatori del passato avevano già compreso questa verità. Non resta altro che seppellirle, senza piagnistei e candele, ma con sorrisi e fuochi d’artificio.

A mio modesto parere, credo fermamente che nel futuro che si profila all’orizzonte, gli individui, sentendo il peso Del fallimento economico e stanchi di essere sfruttati dalla politica e dalla burocrazia statale, pretenderanno più libertà per se stessi e richiederanno la limitazione del potere di politici e burocrati, così come di poter svolgere la propria attività senza dover fare i conti con l’intromissione estorsiva dello Stato. Sono troppo ottimista? Qualche lettore potrebbe pensarla così, ma la mia tesi è che l’essere umano è dotato dell’attributo di razionalità e, essendo nato per essere libero, prima o poi inevitabilmente si ribella e reagisce. Ciò che il mondo ha visto negli ultimi settanta anni, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, con l’adozione Del cosiddetto welfare state, non è forse la permanente e crescente invasione statale nella sfera privata, nelle scelte individuali, nella libera impresa, e, senza esagerare, nella vita stessa delle persone? Non posso credere che siamo così stupidi da accettare più questa condizione, di essere trattati come servi infedeli di uno Stato sempre più gonfio, più interventista, più avido e più corrotto. Credo ancora nell’uomo, perché credo nella prevalenza dei diritti naturali alla vita, alla libertà e alla proprietà. Nessun governo può occultare questi diritti a lungo, perché la natura umana, prima o poi si ribellerà.

Se il desiderio di libertà risale a tempi antichi, come la storia dimostra, perché dovrebbe essere diverso oggi, dove la comunicazione tra le persone nei quattro angoli Del mondo raggiunge livelli che non avremmo mai potuto immaginare solo venti o trenta anni fa? Non riesco veramente a immaginare che questo grido di libertà, già presente Nei cuori di tutti noi, possa essere represso ancora per molto tempo. Keynes, con quella sua peculiare arroganza, promise che la sua teoria avrebbe “trasformato le pietre in pane” (cfr.: Transforming stones into breads), ma quello che nella realtà è successo è che l’applicazione delle sue idee a lungo termine ha trasformato tutto in cenere: l’esaltazione dello Stato, l’astronomico debito pubblico, l’inflazione, l’elevata pressione fiscale, la disoccupazione, la stagnazione, la crescita del potere dei politici e la conseguente corruzione, gli ostacoli alla libera impresa e molte altre malattie.

Il keynesismo sicuramente è morto. Possiamo dire con certezza: addio e non tornare mai più! Ora il passo importante è quello di mostrare alla gente e ai politici che cosa significa e quanto bene per l’umanità questo addio porterà. In breve, il lavoro dei liberali non è facile, ma è stato molto più difficile, perché ora la marea e il vento sono a nostro favore. Andiamo avanti, perché la libertà non può aspettare!

 

 

* Direttore Accademico presso Istituto Mises Brasile e Professore Associato presso Università dello Stato di Rio de Janeiro ( This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. )