Ago. 2015 - L’ECONOMIA DI MERCATO, MOTORE DELLA CRESCITA

Artigo do Mês - Ano XIV– Nº 161 – Agosto de 2015

globL’economia di mercato e la globalizzazione consentono di godere di più beni e servizi a prezzi più bassi e di svolgere il lavoro più consono al proprio talento

 

[Pubblicato nella Rivista Liber@mente: La Rivista Aperta di Informazione e Diffusione di Conoscenza, numero 3/2015,  Iuglio-Agosto-Settembre di 2015, editata da Fondazione Vincenzo Scoppa, Catanzaro, Calabria, Italia, www.fondazionescoppa.it]

 La trattazione del tema della globalizzazione ci conduce subito all’importanza degli scambi tra le Nazioni, cioè le persone che costituiscono le Nazioni, come un elemento fondamentale dello stesso processo di sviluppo. Prima di Adam Smith, alcuni economisti, per combattere la dottrina mercantilista, avevano già compreso i vantaggi del commercio internazionale come elemento costitutivo della libertà economica e motore di creazione di ricchezza. Tra i precursori della moderna globalizzazione potremo citare, tra gli altri, la maggior parte dei post-scolastici, Turgot, Galiani, Cantillon, i cosiddetti protoaustriaci e, naturalmente, tutti i liberali classici.

 

Smith, per esempio, nella sua opera più importante, La ricchezza delle nazioni, pubblicato la prima volta nel 1776, ha sviluppato la teoria dei vantaggi assoluti come la base del commercio internazionale. Il beneficio assoluto ottenuto da um determinato paese è conseguenza di una maggiore produttività o, in altre parole, dell’utilizzo di una minore quantità di materie prime per produrre un bene a costi inferiori. Per Smith non è necessario per un paese ottenere surplus dal commercio estero per garantirsi condizioni favorevoli; degli scambi volontari tra paesi possono beneficiare tutti i soggetti coinvolti nell’operazione. Quest’ultima idea è un importante punto di rottura rispetto alla tradizione mercantilista.

Ogni paese dovrebbe concentrarsi sulla produzione di beni che offrono vantaggi assoluti. L’eccedenza rispetto al consumo interno dovrebbe essere esportato, e il reddito equivalente utilizzato per importare le merci prodotte in territori stranieri. Questa pratica aumenterebbe la capacità di consumo di quelli coinvolti nel commercio internazionale, aumentando così l’efficacia degli scambi. Da questo ragionamento, Smith ha concluso, nella migliore tradizione liberale classica, che Il commercio estero aumenta il benessere della società.

David Ricardo, nel secondo decennio del XIX secolo, há migliorato questa teoria, estendendo la possibilità di guadagni commerciali agli stati che non dispongono di vantaggi assoluti rispetto ad altri. Per lui, che non era il principio di vantaggio assoluto determinante della capacità di trarre profitto dal commercio, ma il vantaggio comparativo o relativo. Um paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un vantaggio comparato, vale a dire la cui produzione ha un costo opportunità, in termini di altri beni, inferiore rispetto a territori differenti. I vantaggi comparativi, secondo Ricardo, derivano dalle differenze di produttività del fattore lavoro per diversi prodotti, e ciò è influenzato anche da fattori come il clima e l’ambiente specifici di ogni Nazione. Così, i Paesi dovrebbero specializzarsi nella produzione di beni per i quali possiedono un vantaggio comparativo, aumentando internamente la sua produzione esportando il surplus. Altri beni e servizi dovrebbero essere acquistati sul mercato internazionale a um prezzo inferiore al costo di produzione interno, rendendo Il commercio internazionale un ambiente vantaggioso per tutti.

lib 3/15Più tardi, John Stuart Mill ha sostenuto la teoria di Ricardo sul vantaggio comparativo, affermando che anche per um paese con costi di produzione elevati sia sempre conveniente aprirsi al commercio internazionale ed esportare verso luoghi con costi produttivi minori. Infatti, questi paesi, ammesso che abbiano vantaggi su tutti i prodotti, avrebbero maggiore vantaggio su alcuni prodotti più che su altri altri, e sarebbe preferibile per loro importare quei prodotti per i quali Il vantaggio è minimo, per poter utilizzare uma maggiore quantità del proprio lavoro nella produzione di quei beni da cui trarre il massimo beneficio. L’esperienza Internazionale fino ad oggi ha confermato la previsione di base del modello di Ricardo, secondo cui le nazioni potrebbero scegliere di esportare merci la cui produttività è relativamente alta e importare altri in qui la produttività è relativamente bassa. D’altra parte, gli economisti della Scuola Austriaca, come abbiamo scritto all’inizio, sono sempre stati fautori convinti dei benefici del libero scambio e di conseguenza della globalizzazione che il mondo ha visto fin dagli ultimi venti anni del secolo scorso.

Le restrizioni commerciali che regolano gli scambi internazionali colpiscono direttamente gli individui e non i loro governi. Molti milioni di persone che dipendono da prodotti importati a basso prezzo per vivere sono privati dei bisogni fondamentali. Questo genera impoverimento perché costringe queste persone a pagare prezzi interni molto più alti per Beni di qualità inferiore e ottenendo in cambio un minor numero di beni. Così, le sanzioni commerciali possono anche causare la fame di massa come hanno fatto, senza eccezioni, in tutti i paesi che hanno adottato restrizioni al libero scambio. Ci sono anche milioni di persone che sono indirettamente colpiti dalle restrizioni coercitive imposte sugli scambi reciproci. Coloro i cui posti di lavoro sono collegati alle industrie che dipendono dalle importazioni, per esempio, presto saranno senza una fonte di reddito. Le sanzioni commerciali creano povertà e sono ostacoli allo sviluppo economico.

Tutti i nemici dell’economia di mercato si comportano come se la sua eliminazione non comporterebbe alcuna conseguenza negativa per la nostra vita. Nelle università, in televisione, nei film, viene continuamente rappresentato come sarebbe perfetto e pacifico il mondo se potessimo sbarazzarsi di coloro che si guadagnano da vivere con la creazione e l’accumulo di ricchezza, cioè del liberismo economico. Infatti, per centinaia di anni, le classi intellettuali chiesero l’espropriazione e anche lo sterminio degli “espropriatori capitalisti”. Sin daí tempi antichi, il commerciante e le sue attività sono stati considerati trascurabili. E il nazionalismo (che Albert Einstein há definito come "una malattia infantile, il morbillo dell’umanità") ha sempre incarnato, dai tempi del mercantilismo, questa visione distorta della realtà. Ma chi comprende l’economia e, quindi, il potere creativo del commercio riesce a capire questo; ed è per questo motivo che sosteniamo in ogni occasione l’economia di mercato; è anche per questo motivo che cerchiamo di rimuovere le barriere che i governi e gli “interventisti” impongono contro la libertà degli imprenditori, sia nazionali che esteri. Li vediamo come difensori della civiltà, e quindi cerchiamo di difendere i loro interessi in ogni modo possibile.

Dal momento che le innovazioni tecnologiche hanno guidato la globalizzazione alla fine del ventesimo secolo, gli interventisti hanno inveito contro di esse, al contrario dei liberali che hanno sempre saputo che se i confini del territorio in cui si vive sono completamente aperti a tutti i beni e servizi prodotti in tutto il mondo e alla libera competizione tra individui, ci troveremo nella posizione privilegiata di avere le persone di maggior talento al mondo lavorare e di produrre per soddisfare le nostre esigenze.

Ciò che è male e disastroso per un individuo è altrettanto disastroso per l’insieme di individui che formano una Nazione. L’economia di un paese non è uma bolla isolata dal mondo che vive di vita propria, ma semplicemente un insieme di individui. Questi individui che costituiscono l’economia di un paese ricevono um salario in cambio del loro lavoro. Se i confini del paese sono aperti per i beni e servizi prodotti in ogni parte del mondo - cioè, se i governi non vietano, limitano o tassano le importazioni - il potere d’acquisto del reddito di ogni individuo raggiunge la sua massima capacità. Inoltre, il libero scambio massimizza la possibilità di svolgere il lavoro che meglio si adatta al nostro talento individuale. E un’economia non è altro che un insieme di individui, e il libero scambio massimizza la capacità di ogni individuo di svolgere proprio quel tipo di lavoro che accentua le proprie abilità. Infine, il libero scambio, e quindi la globalizzazione, ci consente di godere di beni e servizi abbondanti a prezzi bassi; ci consente quindi un maggiore risparmio.

Come la Teoria Austriaca dei Cicli Economici sempre ha sostenuto - e l’evidenza empirica sempre ha confermato - il risparmio è una condizione necessaria per il progresso degli individui e quindi delle nazioni.

Salutiamo quindi con gioia e letizia la globalizzazione!

 

Università dello Stato di Rio de Janeiro (Brasile)

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